Passalenta la domenica pomeriggio chiusi in casa perchè fuori si muore di caldo. Roba che se esci di casa vieni arsa viva e ti sciogli sull'asfalto. Il 6 luglio. Qualche anno fa sarei stata sicuramente già al mare da una settimana di questi tempi. Con quaderni e libri per i famosi e odiosi compiti delle vacanze. Ora invece sono precipitata nel calderone bollente dei lavoratori a tempo determinato. Rischi di non accorgerti neanche che sta passando l'estate e poi sul più bello, quando smetti di lavorare, ti ritrovi nella nebbia gelida di novembre...
Da qualche giorno avverto un vago senso di colpa. Ma, come mi capita spesso, non riesco a definirne bene la causa. Non capisco che cosa ho fatto di male, ma so che c'è qualcosa di cui non sono pienamente contenta. Sogno spesso di fare del male a qualcuno senza accorgermene e la sensazione è sempre la stessa. Un feroce senso di colpa, che mi fa sentire l'ultima, stupida ruotina del carro del mondo. Tutto nasce dalla certezza di non poter cogliere le mille diverse sfumature dei sentimenti umani. Quello che ci fa sentire al settimo cielo deve sempre prevedere una ricaduta negativa da qualche altra parte, magari su qualche altra persona. Il fatto di non accorgersene è un'arma molto utile per non offuscare la nostra gioia in quel momento. Eppure io non riesco a staccarmi da quella sensazione. Vivo la gioia solo al 90%. Con un 10% di dubbio sulle conseguenze negative di un sentimento così forte anche se effimero.
Il sole confonde le idee. Fa apparire tutto diverso nel suo bagliore accecante e i contorni si fondono nella nebbiolina trasparente di caldo che evapora.
La sera ha smesso di arrivare puntuale, si attarda a chiacchierare al parco, a piedi nudi con chi la sta ad ascoltare. Nell'ozio più totale.






